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Posted in [Erlebnis], [Weltbild fragmenta], |mit muzik| by valez on 08/09/2010

beauty [1.]: prolegomeni per una patologia in tre movimenti, avec deux annotations éluardiennes [en italique, ex vivo].

  

io vo verso la vita io ho apparenza d’uomo
per provare che il mondo è fatto a mia misura.

   

I.

nei vostri sguardi sorridenti, ho conosciuto il dolore del mondo – e la sua bellezza.

attraverso le costole rigonfie di un vecchio cane, nel deforme, nella malattia eterna, nell’anormale proteso in un perpetuo atto d’amore, ritrovo una sensazione che, in così tanti anni, non ho mai dimenticato. davanti a tutto questo, la vita si fa un peso troppo grande da portare.

nel mondo che torna a finire, nessuna strategia ha più valore. cammino come dormissi. la gente mi passa attraverso. sguardi sorridenti, non riesco più a sostenervi.

 

II.

ogni mattina, quando il sole ancora geme, lascio che il mare mi sommerga. l’acqua è fredda, incide la carne fino all’anima. eppure, come il giordano, segnerà il varco tra la solitudine e il caos assordante.

ad limina, ritornerò ad esistere.

 

III.

devi vederti morire
per saper che vivi ancora

[…]

 


 

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Posted in [Weltanschauungen], [Weltbild fragmenta] by valez on 07/09/2010

breve annotazione su di un’eventuale scrittura del dio [*].

 

nell’inumano peso della vita, si nasconde la sua stessa bellezza.

 guarda il mondo che, estatico, ti si offre senza timori. nel volo degli uccelli, nel sole che sorge, nelle nuvole ormai basse non vi è traccia del dio che hai cercato per così tanti anni. tutto il creato si è dato nell’istante in cui sei riuscito a coglierlo, inebriandotene.

davanti ad una tale grandezza ingiustificata, una profonda vertigine ti investe. è quella vertigine a celare il senso della vita. ed è esso stesso, ancora una volta, il suo più grande peso.

 

[*]
[cfr. j.l. borges, la scrittura del dio, in “l’aleph”, 1952.]

 

[080710 0750]

Posted in [Erlebnis], [Weltbild fragmenta] by valez on 09/07/2010

di amati, amanti, echi simposiali e manifeste penombre ferroviarie

 

non amo che le rose che non colsi
non amo che le cose che potevano essere e non sono state

  

il treno regionale 11251 è sempre piuttosto affollato. l’illuminazione interna alla carrozza non funziona come dovrebbe e ogni galleria diventa un’obbligata immersione in un buio incompleto. i passeggeri si infastidiscono per le vicinanze non richieste, si irrigidiscono, senza difese e approdi.

nell’improvvisa e inaspettata penombra, l’inadeguata solitudine ha costruito il suo regno. lì – proprio quando i nostri volti appaiono meno visibili – manifestiamo la necessità atavoide di essere amati, processo meccanico inestinguibile di legittimata passività. lo sguardo si fa basso in un rituale socialmente condiviso di sottile sottomissione.

non ho altrettanto potere di questa semi-oscurità viscerale. in essa, prendo coraggio – il coraggio dell’amante non corrisposto e ossessivo, dal sapore pungente di resina che brucia e si fa acre. ti parlo di me, di ciò che provo. mi ascolti, paziente come non sei mai stata. stringo tra le mani due rose, le hai prese da un venditore ambulante. pesano come pietre, queste rose che non colsi.

nell’aria della primavera, si presagiva una caduta degli dèi che non è stata. parlammo a lungo, quella sera. non tentai nemmeno una volta di incontrare il tuo sguardo. ed esso rimase così, ben nascosto, al sicuro nella penombra di una notte d’aprile.

 

[in epigrafe: da g. gozzano in ‘i colloqui’, 1911]